Tour delle fonti - stazione San Bernardino

Il 16 agosto 2020 per la prima volta nell’edificio della Fonte Minerale di San Bernardino, la dottoressa Karin Fuchs ha dato avvio al giro di presentazioni della sua pubblicazione «Baden und Trinken in den Bergen – Heilquellen in Graubünden, 16. bis 19. Jahrhundert». 

L’evento si è tenuto all’interno dell’impianto di imbottigliamento dismesso, presente un folto pubblico, rispettate le misure di prevenzione anti-covid, interventi in italiano e in tedesco, dedicata un’attenzione particolare alle caratteristiche e agli sviluppi di San Bernardino come luogo di cura, questo sia nell’intervento dell’autrice, sia in quello della giovane storica Emma Negretti. L’organizzazione è stata curata dall’Archivio regionale a Marca con il concorso dell’Istituto per la ricerca sulla cultura grigione, del Comune patriziale di Mesocco e dell’Ente turistico regionale moesano.

Luigi Corfù ha intercalato con la sua traduzione in italiano, qui riproposta, la relazione tenuta in tedesco dall’autrice.

La relazione

Almeno a partire dal XV secolo molte persone hanno percepito la spinta a recarsi fra le montagne grigioni per curarsi con le acque terapeutiche che in più luoghi sgorgano da gole e recessi. Alcune di queste fonti hanno subito permesso lo sviluppo di fiorenti luoghi di cura, altre dovettero attendere secoli prima di venir valorizzate, altre ancora, note solo a livello locale, sono rimaste poco frequentate o addirittura inutilizzate. 

La nuova pubblicazione della dottoressa Fuchs tratta appunto la storia delle sorgenti curative dei Grigioni fra il XVI e il XIX secolo. Il sintetico titolo tedesco non è letteralmente traducibile in italiano; si propone in alternativa a una traduzione calzante, ma un po’ sofisticata come “Cure balneari e idropiniche nelle montagne, sorgenti terapeutiche nei Grigioni fra 16. e 19. secolo” un meno ricercato: “Ai bagni e a bere l’acqua nelle montagne – fonti curative nei Grigioni fra 16. e 19. secolo ”. 

L’importante per l’autrice è che su questa sua opera fondamentale si vadano innestando futuri studi di approfondimeno, primo esempio, il lavoro di Emma Negretti, “Villeggianti nella San Bernardino di metà Ottocento”.  

La tematica delle fonti grigioni occupa l’autrice ormai da diversi anni, precisamente dall’anno 2000. Stava allora preparando la sua tesi di laurea su un argomento completamente diverso, quando le venne proposta una ricerca sulle terme di Fläsch. La quantità di materiale disponibile già solo per questo piccolo stabilimento balneare la meravigliò. Prese allora coscienza della lacuna esistente nella storia dei Grigioni in riferimento alle sorgenti minerali. Finalmente l‚Istituto grigione di ricerca sulla cultura decise di occuparsi della realizzazione di questa prima panoramica sull’argomento, appunto il lavoro del quale l’autrice stessa traccia qui una bella sintesi con focus mirato su San Bernardino. 

 L’opera consta di due parti principali: la storia dei bagni e delle sorgenti curative dei Grigioni e il catalogo.

Il catalogo elenca tutte le sorgenti che, a partire dal XVI. secolo, sono indicate come ricche di minerali e quindi potenzialmente curative. È corredato da brevi descrizioni, riferimenti bibliografici e molte immagini che rispecchiano il progressivo sviluppo degli stabilimenti di cura. 

La storia è messa sotto lente da tre diverse angolazioni. 

La prima, quella della progressione delle conoscenze sulle sorgenti curative dei Grigioni. Da quando sono note? Chi le ha studiate? Come sono state acquisite e sviluppate le nozioni in relazione ai loro effetti terapeutici? 

La seconda, quella degli stabilimenti per lo sfruttamento delle stesse. A chi appartenevano? Erano adatti alla balneazione o proponevano solo la terapia idropinica, cioè alla somministrazione dell’acqua minerale? Quali pratiche caratterizzavano la cura balneare e quella idropinica? Potevano i clienti pernottare sul posto o l’acqua minerale veniva loro spedita altrove in bottiglie e botticelle?  

La terza angolazione è quella consacrata al vissuto dei luoghi di cura. Diari, lettere e opere letterarie hanno fornito all’autrice una grande varietà di spunti rispetto all’esperienza e ai costumi degli ospiti provenienti da regioni sia vicine che lontane.

 Le conoscenze 

Sulla prima pagina del capitolo 1 campeggia una definizione dell’ acqua terapeutica coniata nel 1699:  

«Le acque salutari minerali / sono quelle che sgorgano dal terreno / o dalle rocce e montagne / esse possiedono la forza  che hanno ricevuto e assorbito / da minerali dell’uno o dell’altro tipo nascosti sottoterra / per ripristinare e migliorare  la malferma salute umana (se assunte in modo corretto).»  

Fino al XX secolo, prima che la medicina avesse a disposizione gli odierni farmaci prodotti chimicamente, i medici si sono sempre interessati al rimedio „acqua minerale“. Anche gli studiosi delle scienze naturali non sono rimasti immuni al fascino dalle sorgenti curative che vedevano sgorgare così miracolosamente dal suolo e hanno cercato di carpirne i segreti.  

Vasti dunque i campi di ricerca che gli studiosi si sono trovati a fronteggiare:  

Innanzitutto hanno dovuto investigare per localizzare le sorgenti sia geograficamente che storicamente. Le descrizioni medievali si attenevano quasi esclusivamente a quanto riportato dalla tradizione e soprattutto si limitavano di norma a citare le sorgenti termali. È questo il motivo per cui le sorgenti minerali del nostro cantone cominciarono ad essere note solo a partire dal XVI secolo in conseguenza dei progressi delle scienze naturali. Infatti sul territorio cantonale sono presenti solamente sorgenti fredde, salvo un’unica eccezione: la St. Petersquelle di Vals, l’unica dei Grigioni caratterizzata da una temperatura di 25°.  

La sorgente di San Bernardino è stata descritta per la prima volta dal medico e naturalista zurighese Johann Jacob Scheuchzer all’inizio del XVIII secolo. Tuttavia, nel suo scritto egli si sofferma appena sulle particolarità dell’acqua:  

«L’acqua acidula sul [passo del] San Bernardino si trova vicino al villaggio di San Bernardino, l’omonimo monte, scaturisce in un prato e deposita un Crocum Martis in grandi quantità (una colorazione rosso ruggine che segnala acqua ferrugginosa). È di gusto forte, indubbiamente di ottimi effetti, ma non molto conosciuta, né visitata.»

In merito alle diverse sorgenti minerali dei Grigioni Scheuchzer attinge conoscenze che raccoglie in un compendio, ordinato per regione e per contenuto mineralogico. 

Studia anche la composizione delle acque sorgive e i loro effetti sul corpo umano. Da scienziato naturalista ottiene le sue informazioni per corrispondenza, sulla base di scritti afferenti singoli stabilimenti balneari, o empiricamente, tramite osservazioni realizzate nel corso dei suoi viaggi di ricerca. 

Nell’ immagine inserita in apertura di capitolo sono ben visibili i tre scienziati che in una profonda gola osservano la massa d’acqua in movimento, la disegnano, la misurano e la descrivono.

I geografi spesso arricchivano le loro descrizioni con incisioni cartografiche e relative didascalie. Le carte della regione alpina si fecero più dettagliate man mano che ne andavano aumentando le conoscenze. A partire da Scheuchzer si instaurò l’uso di riportare sulle carte topografiche anche le sorgenti minerali in numero via via maggiore. Quella di Gabriel Walser in immagine è la prima che rappresenta le sorgenti acidule di San Bernardino sul percorso nord-sud attraverso il passo.  

Spesso i gestori degli stabilimenti per cure idropiniche incaricavano il medico dello stabilimento stesso o un medico della zona  di descrivere la fonte e le sue infrastrutture. Si tratta di esposizioni che illustrano sia le proprietà dell’acqua curativa, sia i suoi effetti, sia le strutture d’accoglimento proposte agli ospiti.  

Questi scritti essenzialmente intesi a pubblicizzare le strutture termali, contengono però anche informazioni medicali, in quanto miravano a fornire  istruzioni sul corretto utilizzo dell’acqua ai clienti non assistiti da un medico specializzato. 

Affinché possiate farvi l’idea di un trattamento balneare fin addentro il 19° secolo, ecco le istruzioni terapeutiche che figurano su una documentazione del bagno di Jenaz nella Prettigovia risalente all’ anno 1769: 

„Il primo giorno si fa un bagno di un’ora, cioè mezz’ora al mattino e mezz’ora al pomeriggio, poi si aumenta la durata del bagno di un’ora al giorno fino a raggiungere le sei ore, che vanno considerate come limite massimo consentito; il bagno giornaliero di 6 ore si protrae sull’arco di dodici o quattordici giorni, poi la sua durata cala progressivamente nell’ ordine inverso a quello iniziale. Le eruzioni cutanee causate dai lunghi tempi di balneazione vengono considerate come prova dell’esito positivo della cura”. 

Nel 1781 il viaggiatore Gottfried Konrad Storr, professore di chimica e botanica all’Università di Tubinga, nella descrizione del suo viaggio sulle Alpi menziona le conseguenze del bagno prolungato; secondo lui le eruzioni cutanee sarebbero un tipico modo alpino ed eroico di utilizzare le acque curative. 

Simile terapia contrassegnata da bagni di lunga durata andò scomparendo verso la  fine del 18.secolo. Da allora in poi , seguendo le istruzioni del medico termale, i frequentatori ridussero la durata dell’immmersione a poco più di un’ora al giorno. 

A partire dal 17° secolo anche  le cure idropiniche diventarono vieppiù di moda. Fino a fine XVIII secolo esse, analogamente a quelle balneari, prescrivevano una progressione iniziale e una regressione finale della quantità di acqua somministrata. 

In seguito ebbero il sopravvento i nuovi progressi delle scienze naturali. Mentre prima gli elementi curativi delle acque minerali venivano descritti come „essenze spirituali„, come manifestazioni dello spirito divino, fin dall’inizio del XIX secolo si è passati ad un’analisi quantitativa dei componenti delle stesse. Dapprima solitamente tali analisi venivano effettuate nei laboratori delle farmacie, a volte direttamente nei pressi della fonte.  

A partire dal 1850 toccherà spesso ad Adolf von Planta-Reichenau analizzare le sorgenti grigioni. 

Egli, chimico patentato, nel suo laboratorio allestito nel castello di Reichenau analizzò anche l’acqua della fonte di San Bernardino, da lui indicata come acqua ferrugginosa con contenuto di gesso. 

Gli stabilimenti

«La natura, con mano generosa, distribuisce agli uomini i suoi doni e poi lascia che siano essi a decidere secondo ragione ciò che ne vogliono fare.»

 Le fonti di acqua minerale naturale nei Grigioni sono distribuite in molte località. I primi stabilimenti balneari con locanda risalgono al XVI secolo. Un esempio è quello di Fideris; attraverso le illustrazioni è possibile seguire nel tempo le vicende delle sue strutture più volte rinnovate, ampliate e modernizzate.

Così appariva lo stabilimento nell’anno 1797.

In quest’immagine pubblicata nel 1881 compare un nuovo edificio, mentre i preesistenti sono stati sopraelevati e ammodernati, l’area circostante è dotata di campo sportivo e bocciodromo per gli ospiti.

In quest’altra immagine, a completare il quadro stanno un edificio per la somministrazione dell’acqua e un piazzale.  A inizio secolo lo stabilimento di Fideris poteva ospitare circa 250 ospiti; oggi di quel complesso non rimane nulla, la sua operatività è stata interrotta nel 1939, gli edifici demoliti e il resto spazzato via dalle inondazioni.

Situazione diversa a Tarasp nella Bassa Engadina: fino alla metà del XIX secolo la famosa sorgente salina fluiva liberamente in un incavo roccioso naturale. Nel 1865 furono inaugurati il lussuoso e modernissimo albergo termale e poco dopo il sofisticato padiglione per il consumo dell’acqua curativa. Questo stabilimento, frequentato da una clientela internazionale, provvedeva anche alla spedizione di acqua minerale e pastiglie salate. Raggiunse l’apice del successo durante la belle époque, smise l’attività nel 1978. 

Fideris era facilmente raggiungibile, per contro chi avesse voluto seguire una cura a Tarasp avrebbe dovuto affrontare un lungo, tortuoso e arduo  percorso. Non sorprende quindi che la stazione termale engadinese sia stata edificata solo dopo la realizzazione da parte del Cantone dei Grigioni di strade più comode attraverso i passi e l’Engadina.

Quale è stata l’evoluzione di San Bernardino?  

Scheuchzer riferisce nel 1717 che il luogo non viene molto frequentato: tuttavia 25 anni dopo si scrive che la sorgente è visitata da ospiti illustri e che l’acqua vien pure imbottigliata.  

Il professor Storr, già citato in precedenza, passa a San Bernardino nel 1781 durante il suo viaggio nelle Alpi. Egli così descrive la sua visita:  

«Sul versante meridionale della montagna, a 5 ore da Hinterrhein, raggiungiamo il villaggio di San Bernardino. Il passaggio della montagna rivela d’improvviso il carattere italiano dei luoghi. Nella locanda incontriamo alcuni ospiti della Fonte. Si recano a bere l’acqua curativa più vicina che sgorga nei pressi del villaggio in quantità abitualmente maggiore di quanto ne possa venir attinta sul posto. Essa fluisce in un cassone adeguatamente immurato, ma scoperto per cui subisce una certa riduzione dell’efficacia nei periodi di pioggia …»  

San Bernardino ai tempi di Storr era soprattutto luogo di sosta per il traffico transalpino. Su questo itinerario, fra il 1818 e il 1823, venne costruita la nuova strada carrozzabile, la “Strada italiana”. Da quel momento fu assai più semplice raggiungere la località sia da sud che da nord. Fu allora eretto sopra la sorgente il primo semplice edificio. Lo si vede nell’immagine del 1826 così come gli alberghi costruiti subito dopo l’apertura della nuova strada: nel 1822, la primitiva locanda era stata riedificata come Albergo Brocco, nel frattempo era stato costruito anche l‘Albergo Ravizza con locanda e centro benessere. Sarebbe seguita l’edificazione di altri alberghi e locande. La rapida trasformazione di San Bernardino da semplice stazione di valico a luogo di cura era avviata.  

Uno sviluppo simile si verificò contemporaneamente anche sul lato nord del passo:

Jacob Fravi acquistò la sorgente minerale che alimentava il vecchio bagno di Pignia e la incanalò fino ad Andeer dove costruì quello che oggi è il moderno Centro balneare. 

Ritorniamo a San Bernardino. 

Nel 1829/30 un ricco mercante milanese, Paolo Battaglia, fece edificare sulla fonte un primo porticato aperto, un marcato apporto di gusto italiano per le Alpi grigioni. 

Nel corso del tempo, questo edificio subì alcune importanti modifiche, documentate dalle seguenti inquadrature fotografiche: 

In questa fotografia scattata nel 1911 si riconosce la trasformazione del 1894, anno in cui la captazione della fonte venne rinnovata e l’edifico ristrutturato. Dietro l’edificio, in alto, si vede la cisterna installata in previsione della realizzazione di un futuro stabilimento balneare, prefigurata durante la costruzione dell‘Albergo Brocco, ma mai portata in porto. 

Nel 1917 la cisterna venne smantellata.

Nuova ristrutturazione dell’edificio negli anni 1934/35. Come si può constatare, ad ogni intervento successivo avviene un progressivo abbandono dell’iniziale impronta di gusto italiano. 

Il vissuto

«C’est en vous souhaitant, mon chérissime ainsi qu’à votre très aimable Compagnie la meilleure cure du monde!» 

Auguro a voi, mio carissimo, così come alla vostra amabile compagnia, la migliore cura del mondo (da intendere: il migliore soggiorno di cura del mondo).  

Questo il saluto spedito nel 1797 da Peter Conradin von Planta da Zuoz insieme a un cestino di biscotti al cognato Johan Baptista von Tscharner che con la moglie si trovava a Bad Alvaneu. 

Nella corrispondenza di Tscharner sono conservate molte lettere che permettono di farsi un’idea diretta delle usanze di una famiglia aristocratica di Coira durante i soggiorni di cura. 

Sulla base delle annotazioni, del diario e dei resoconti degli ospiti di località di cura  come Fideris, Fläsch, Alvaneu, San Bernardino e degli stabilimenti termali engadinesi, il libro spiega l’evoluzione di abitudini e terapie fra il XVI e il XIX secolo. 

All’inizio del XIX secolo, i luoghi di cura di montagna si trovarono a dover ricuperare un forte ritardo rispetto alla concorrenza internazionale. Ormai fuori di moda i trattamenti termali e idropinici di lunga durata, ridotte quindi le ore di bagno a una o due ore mattino ed eventualmente alla sera, bisognava offrire agli ospiti più comfort e attività di passatempo.  

Come ciò si sia manifestato nella San Bernardino di metà Ottocento si potrà evincere dalla relazione di Emma Negretti. 

L’autrice, a conclusione del suo dire, propone l’interessante lettura di un estratto della relazione che il medico luganese Luigi Grossi inviò alla moglie da San Bernardino nel 1825, quindi pochi anni dopo l’apertura del nuovo stradale. Vi si può leggere in dettaglio la routine quotidiana del soggiorno nella nascente località di cura:   

«Qui si conduce una vita quasi monastica, giacchè si sorge dal letto alle ore cinque del mattino, si va alla fonte a bere le acque, che si attingono nel luogo appunto ove più gorgogliando scaturiscono, ed ivi si sta, si va, e si viene fino verso le sette ore, alternando con brevi passeggi il bere di quelle. Verso le otto e mezzo ognuno si raduna nella gran sala della locanda per la colazione, che secondo il gusto delle persone è variata: poiché chi prende la cioccolata, chi il caffè, chi la zuppa, chi il té con pane unto di freschissimo burro, e più altre cose, onde piacevolissima riesce la vista di tante persone affaccendate a prepararsi da sè ciò che appetiscono. La conversazione ne viene in seguito; e chiacchierando or d’una cosa, ora d’una altra, si passano talvolta anche più ore senza avvedersene.
Quest’anno poi ci sono qui persone tali che farebbero passare anche tutta la giornata senza accorgersene, e pel buon umore e per la vivacità, e pel garbo e per la dottrina, e per molte altre belle qualità che le adornano. Nè solo ci sono uomini, ma ben anche donne di riguardo, degne d’ossequio ed interessanti.
Dopo la conversazione del mattino ognuno si ritira, passeggia leggendo, o divagandosi coi compagni sino al mezzogiorno, ora in cui il suono di una campanella chiama alla gran tavola pel pranzo. Noi siamo qui da circa quaranta commensali ogni giorno. Pel vitto a dir vero non si sta molto bene, perché l’oste, che non aspettavasi tanto concorso, consumò sulle prime il migliore delle provvigioni; ed ora ci è d’uopo cibarsi di carne di agnello, rare volte vitello, di magri polli, latticini, poche verdure, e scarsi pesci; si hanno però buoni frutti cotti, formaggio e anche dolci. Al pranzo succede come al solito la clamorosa conversazione; indi la ritirata pel riposo; poi il passeggio sino a sera, in cui di nuovo la campana invita a cenare con una minestra, un bollito, dei frutti cotti, oltre il dessert. Si chiacchera dopo la cena, indi si va al riposo; e così si dà fine alla giornata, per ricominciare l’altra collo stesso andamento.
» 

Con la proiezione di due immagini della borghesia frequentatrice del luogo di cura in posa davanti all’edifico della Fonte di San Bernardino, la prima del 1886 la seconda d’inizio 20° secolo, l’autrice conclude il suo dire, ringrazia il pubblico e passa la parola a Emma Negretti.

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